Daniel Boulud – Daniel NYC

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E’ il 28 marzo del 2014 e sono le 16:45 in pieno centro a New York. Puntuale come un orologio svizzero varco l’ingresso di un elegante edificio tra la 65° e Park Avenue. Mi trovo nella vecchia sede del leggendario Myfair Hotel, luogo prediletto degli italiani in visita nella Grande Mela negli anni Settanta e simbolo di prestigio ed eccellenza ovunque nel mondo.

Proprio in questo posto, dove una volta c’era il Le Cirque, è stato riaperto Daniel NYC, uno dei pochi tre stelle Michelin newyorkesi, prima punta di una scuderia che vanta circa una dozzina di ristoranti sparsi per il mondo.

Trovandomi qui, non posso fare a meno di osservarmi dall’esterno: sono arrivata nella Mecca della gastronomia mondiale senza aver assolutamente chiaro da che punto inizierò la mia intervista. Ed anche se in genere è proprio quello che cerco, dato che le scoperte più interessanti si fanno in assenza di schemi e con l’aiuto dell’improvvisazione, stavolta giocano a mio sfavore le undici domande che ho inviato all’assistente dello Chef ed i soli tre quarti d’ora a mia disposizione.

Mentre seguo la signorina oltre la porta sul retro, lungo una serie di corridoi pieni di personale in movimento e poi su una scala di ferro molto stretta quasi stessi salendo sul ponte più alto di una nave, mi rassegno all’idea di un’intervista normale. Solo che mai, mai avrei potuto sbagliarmi di più.

Secondo la teoria dei sei gradi di separazione, molto cara alla semiotica e alla sociologia, ognuno di noi è collegato a qualsiasi altra persona nel mondo da una rete di relazioni che vedono protagonisti non più di cinque intermediari. Vi dico questo perché poco dopo, sul ponte di quella nave, ovvero seduta al tavolino dello Skybox che troneggia su una delle più belle cucine professionali che abbia mai visto, guardandomi attorno realizzo che tra me e molti ex presidenti americani, tra me e l’attuale presidente Obama, o Andy Wharol, o Woody Allen, Mia Farrow, Lady Gaga, Jay Z, Puff Daddy, o persino il Dalai Lama in persona, tra me e tutte queste persone da quel momento ci sarebbe stato un solo ed unico grado di separazione: Daniel Boulud.

Come lo immaginereste, un uomo così? Uno chef che ha cucinato per tantissimi presidenti, a capo del Dinex Group, insignito della Légion d’Honneur nel 2006 per il suo alto contributo allo sviluppo della cultura francese nel mondo e premiato poi nel 2007 dalle Nazioni Unite con il Culinary Humanitarian Award. Ditemi, come lo immaginereste?

Stando purtroppo a qualche sfortunato esempio italiano, sarebbe stato logico trovarsi di fronte un uomo impenetrabile, altezzoso, annoiato dai comuni mortali che gli si avvicinano a porgli ogni volta le stesse domande. Ecco, contrariamente ad ogni futile logica posso dire che avevo tre quarti d’ora a disposizione, ma che alla fine son passate più di due ore. Posso dire che mi son trovata davanti una persona ancora profondamente innamorata del suo lavoro, nonostante siano passati più di trent’anni. Un uomo che si fa voler bene in pochi istanti, perché ti comunica nobiltà d’animo.

Posso dire di avere un bellissimo libro di ricette francesi, con una dedica tutta per me, che immagine dopo immagine è servito a Monsieur Boulud per raccontarmi la nascita e l’evoluzione dei piatti che hanno fatto la storia (stellata) della sua vita. Che le persone speciali, speciali lo sono sempre ed indistintamente – sia che si trovino in presenza del Dalai Lama, sia che abbiano davanti una qualsiasi sconosciuta, innamorata dell’arte culinaria, venuta dall’altro capo del mondo a fargli sempre la stessa domanda:

“Chef, per chi le è piaciuto cucinare di più?”.

E nel risponderti “Julia Child” probabilmente per l’ennesima volta, sono pronta a giurare che a Daniel Boulud sorridono gli occhi proprio come fosse la prima.

La foto del piatto è stata gentilmente concessa dallo staff dello Chef. Questo articolo è apparso sul n° 318 di Flash Art dell’Ottobre – Novembre 2014.

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